Bisogna cambiare l’ora in fretta

VENTI ANNI DI CARTA DI FONTE AVELLANA

Da Papa Francesco per attingere al suo coraggio
Chiederemo al nostro Arcivescovo, Cardinale Edoardo Menichelli, di accompagnarci da Papa Francesco per raccontargli la Carta di Fonte Avellana, quanto questa sia coerente con il suo pensiero come espresso nell’enciclica “Laudato sì” quando afferma che la mancata attenzione al territorio inibisce in maniera permanente il diritto delle generazioni future di abitare un Pianeta in salute che dispensa risorse e felicità per tutti.
Si, perché anche questo è emerso con forza a Fonte Avellana nel maggio scorso: la Carta non ha bisogno di cambiare strada, caso mai di avere occhi meglio orientati al cambiamento. Abbiamo bisogno, altresì, di capire con quali modalità il messaggio di un cambiamento radicale da attuare nei tempi più brevi possa “bucare” lo schermo dell’indifferenza e della sufficienza.
Andare da Francesco perché lui stesso invoca un “cambiamento di sistema produttivo” senza più alcun ritardo, “parole che nessun uomo politico di statura mondiale ha avuto il coraggio di pronunciare” .

La parabola dello sviluppo
Nel 1972, il Club di Roma pubblicò il Rapporto sui limiti dello sviluppo nel quale si affermava che se la crescita economica fosse proseguita ai ritmi di quegli anni ci sarebbe stato il collasso delle nazioni sviluppate. La prima reazione è stata quella di negare, dire che si trattava di uno spauracchio.
Solo una ventina d’anni dopo i moniti sull’esaurimento delle risorse naturali, la crisi energetica, i cambiamenti climatici hanno cominciato ad essere presi sul serio. Maggiore consapevolezza si, ma provare a cambiare fermo rimanendo il modello di sviluppo vigente: siamo all’impostazione del Protocollo di Kyoto (1992).
Il fatto nuovo, oggi, di cui forse non abbiamo piena consapevolezza, è che la crisi che ci è piombata addosso dal 2008 ha ormai reso evidente che la soluzione del problema non si concilia con il modello di sviluppo che l’Occidente ha costruito (e imposto) dal secondo dopoguerra ad oggi.
Occorre cambiarlo e in fretta prima che sia esso a distruggere il Pianeta!

La fine del neoliberismo
I governi, tutti i governi, compreso il nostro, sono tiepidi nel riconoscere questa situazione inedita: invocano giustamente la ripresa ma parlano di ripresa lenta, destinata ad essere tale per tanti decenni ancora ma forse il problema non sta nel fatto che ci si vuole ostinare a rilanciare un modello di sviluppo ormai improponibile?  Il buon senso mi suggerisce di stare dalla parte di chi sostiene che siamo nella fase terminale del neoliberismo, il quale voleva convincerci che il mercato potesse sostituire il pensiero, le idee, la coscienza, l’esperienza, la mediazione, la politica e prendere il comando assoluto della società. E la riposta da parte dei governi, quale è stata? “L’Occidente, invece di porsi il problema di come imbrigliare il mercato e imporgli delle regole, ha deciso di affidare proprio al mercato la soluzione della crisi, la qual cosa equivale ad incaricare l’assassino dell’indagine sull’omicidio che ha commesso”

Lo sviluppo sostenibile
Se vogliamo prendere sul serio la situazione in atto dobbiamo dare contenuti precisi al cambiamento, a quello che anche con vocaboli un po’abusati chiamiamo “sviluppo sostenibile”, un nuovo modo di pensare al nostro posto nel mondo, riconnettendoci ai luoghi in cui viviamo come fonti del cibo che mangiamo, dell’acqua che beviamo e dell’aria che respiriamo, un sistema basato sulla difesa (e produzione) dei beni comuni che lascia la ricchezza generata a coloro che la producono e nei luoghi dove essa viene prodotta. Di certo saranno necessarie anche risposte globali ai danni prodotti dal sistema economico attuale, ma l’unità di misura fondamentale in futuro sarà il luogo in cui viviamo, e tutti i diversi modi in cui le cose che facciamo l’uno per l’altro –coltivare cibo, costruire case, muoverci- lo rendono più sano

La Carta di Fonte Avellana
L’excursus suggeritomi dall’intervista assomiglia alla parabola che ha caratterizzato la genesi (anni 70/80), la firma (1996) e, di recente, la sottoscrizione del documento di aggiornamento della Carta di Fonte Avellana (14/ 05/2016).
Negli anni 70/80, infatti, alcuni di noi, a dire il vero guardati con sufficienza persino dalle nostre stesse organizzazioni, scommettevano sull’ambiente come prospettiva ecologica, economica ed occupazionale, poi nel 1996, incontrata Fonte Avellana insieme alla Giunta regionale D’Ambrosio/Berionni, lavorammo per dare contenuti alla Carta definendo una strategia che, per quanto innovativa, controcorrente e lungimirante, andava realizzata a complemento dello sviluppo economico delle Marche, incentrato sul manifatturiero con la modalità del modello marchigiano della piccola e media impresa.

La Carta non cambia, cambia lo scenario
Anche noi ritrovandoci a Fonte Avellana per il ventennale (13 e 14 maggio 2016), pur prendendo atto che la Carta rimane tutt’ora valida nei contenuti che sono stati solo attualizzati, abbiamo dovuto riconoscere, però, che la sua realizzazione avverrà in un contesto di cambiamento di modello di sviluppo: non più un “secondo” motore di sviluppo per le Marche, ma “l’unico” possibile, quello imposto dalla crisi entro cui dovranno cambiare anche i nostri paradigmi. La vera novità del documento sottoscritto non è nei contenuti ma nello scenario e nell’urgenza di intervenire. Da soli non ce la possiamo fare, occorrono “sponsor” autorevoli.

La  strategia esce confermata
Il fatto che non dobbiamo cambiare di una virgola la strategia delineata vent’anni fa significa che tutto il notevole lavoro compiuto, le elaborazioni prodotte, i ragionamenti, i progetti, gli strumenti normativi, le imprese cooperative coinvolte, restano e sono un patrimonio utile e pronto a lavorare per un grande progetto per tutto l’Appennino da attuare secondo gli obiettivi e le modalità operative indicate dal documento ministeriale per le aree interne (documento Barca) del 2012 .
Partire dall’Appennino, avviando la più urgente opera pubblica  di cui il Paese ha bisogno: la messa in sicurezza del territorio (oltre al carico di morte e devastazioni, 950milioni di € è stata la spesa per calamità negli ultimi 5 anni!) e la sua costante manutenzione finalizzata alla prevenzione degli incendi, frane, dissesti, in un’azione di contrasto ai cambiamenti climatici.
Avviare una politica di gestione dei boschi, per il 50% abbandonati: basterebbero 500 milioni di euro per creare da 15 ai 20.000 nuovi posti di lavoro. E poi incentivare, nelle forme possibili, il ritorno alla terra, il rilancio dell’agricoltura e delle zootecnia anche nella ricoperta della loro funzione sociale e di presidio.
Parimenti organizzare la gestione dei beni culturali, beni culturali, economia della cultura, “industria pesante delle Marche”, con cui creare opportunità di occupazione stabile e continuativa per i tanti giovani che escono preparati dalle nostre Università ma che poi si ritrovano precari o disoccupati.

Un tavolo per costruire
Ventuno soggetti (istituzioni, forze sociali, banche, università) hanno apposto una firma per sancire l’impegno a realizzare il Progetto.
Non è l’ennesimo tavolo di concertazione, di cui francamente non sentiamo minimamente la necessità, ma un concerto di volontà e di protagonismo. Stabilito qual’ è l’obiettivo da perseguire, il concerto da eseguire (il progetto Appennino), ognuno ha un suo ruolo da svolgere, in sintonia con quello degli altri. Non un tavolo per rivendicare, quindi, ma un tavolo per costruire, come vuole l’art. 6 della Carta.
La volontà espressa dall’Assessore regionale alla Montagna, Angelo Sciapichetti, di istituire il tavolo è un segno preciso che va assecondato e perseguito quanto prima.
Oltre ai pronunciamenti tutti importanti di tanti firmatari, voglio sottolineare quello, determinante, della Regione Marche, prima firmataria. La Regione, attraverso il  presidente della Giunta, Luca Sceriscioli, si è fatta carico di promuovere i contenuti della Carta verso gli altri territori appenninici ad iniziare da Umbria e Toscana nell’ambito della costruzione della macroarea del Centro Italia così come a dare attuazione (ed estendere) ai progetti pilota previsti dalla strategia ministeriale  per le aree interne (documento Barca). Preparata da un intenso lavoro della II e III commissione consiliare, l’intero consiglio regionale all’unanimità, ha votato una mozione nella quale, incaricando il presidente, Antonio Mastrovincenzo a sottoscrivere il documento di aggiornamento alla Carta, ne condivide i principi e si impegna a promuovere ogni forma di collaborazione con le Istituzioni europee finalizzata alla creazione di una specifica Agenda per le regioni montane europee.

Un’anima al movimento ecologista
Un ulteriore elemento di forza è dato dal sostegno convinto al progetto da parte della Comunità Monastica di Fonte Avellana, firmataria fin dalla prima ora, e del Collegium Scriptorium Fontis Avellanae, nato l’anno successivo (1997), il quale, dopo aver marcato un protagonismo di sostanza, cito per tutti la realizzazione del progetto Codice Forestale Camaldolese, oggi si sente impegnato a intensificare  il suo impegno come nuovo firmatario. Proprio attingendo alle millenarie radici culturali di quegli Ordini monastici, Camaldoli come esempio di gestione forestale in grado di conciliare, nel rapporto uomo-foresta, l’etica ambientale con la capacità di produrre economia e redditi, Fonte Avellana, come modello innovativo di gestione agraria, quella improntata dai monaci in pieno medioevo (sec XI – XIV) attraverso due azienda agrarie create nel territorio che da Fonte Avellana arrivavano alle porte di Senigallia, da cui si possono ricavare spunti e proposte ancora oggi di assoluta attualità. Io penso che il Collegium, dando attuazione alle sue finalità che sono quelle di investigare, attraverso il confronto interdisciplinare, sulle problematiche che interessano l’uomo contemporaneo, debba occuparsi, come spesso sostiene il nostro presidente dom Salvatore Frigerio proprio di questo: essere di supporto al progetto curandone  gli aspetti valoriali, etici e culturali che hanno radici profonde nella storia del nostro Appennino, culla della civiltà occidentale.

Il premio Appennino
Proprio per garantire il carattere di concretezza della fase che si avvia, è stato istituito il premio Appennino, consistente in una riproduzione dell’orologio dell’ Appennino, che sarà assegnato annualmente a chi realizza, in uno o più punti, i contenuti della Carta.
Che ora segna l’orologio dell’Appennino? Dalle 11,30, il 14 maggio scorso è stato portato alle 12,15: ancora molte ore di luce per lavorare adeguatamente ma un’ora che indica l’urgenza dell’agire sempre con lo spirito che ci indicava H.D. Thoreau: “Io non desideravo fare un viaggio in cabina, ma stare davanti all’albero maestro, sul ponte del mondo … adesso non ho nessuna voglia di scendere sotto coperta”.

Teodoro Bolognini Vice Presidente Collegium Scriptorium Fontis Avellanae

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